Non Cosilinum, sorge il santuario rupestre di S. Michele alle Grottelle, abitato fin dall’antichità da genti che vi praticavano culti ctonii (ossia sotterranei). È infatti vero simile che il culto dell’Arcangelo si sia sovrapposto tra IV e V sec. d.C. ad un precedente culto pagano al dio Attis (signo re delle forze sotterranee, delle acque e dei terremoti, cui è dedicata una lapide oggi visibile nelle cantine della Certosa). La devozione a S. Michele nelle grotte è antichissi ma, dal Gargano (Monte S. Angelo) alla Normandia (Mont Saint-Michel), quasi a suggellare che è lì, a metà strada tra cielo e terra, in un “non-luogo” sospeso tra mondo dei vivi e mondo dei morti, che la luce della fede risplende maggior mente sull’oscurità del Maligno. Il santuario è ricavato all’interno di un’articolata cavità rocciosa delimitata, proprio come sul Gargano, da una parete in muratura che scen de a strapiombo lungo il fianco montuoso del colle. Un can cello immette in uno spazio terrazzato, dove a sinistra sulla roccia sono cospicui i resti di affreschi databili alla fine del sec. XIV (scene raffiguranti la Vergine, secondo un tipo ico nografico precedente alla conquista turca di Costantinopoli del 1453). Si riconoscono un’Incoronazione della Vergine sul fianco sinistro, una Madonna con Bambino al centro e una Dormitio Mariae (Assunzione) sulla destra. Il culto della Vergine associato a quello di S. Michele, nel medesimo luogo trova ancora una volta corrispondenza con il passato pagano, che associava sempre Attis alla Madre Terra, la dea Cibele. Sul lato destro del terrazzo è stata invece realizzata, in anni recentissimi, una casa del pellegrino sormontata da un piccolo campanile a ventaglio. Entrando nella grotta vera e propria, sulla sinistra è la tomba marmorea dell’aba te Bernardino Brancaccio, datata 1538, con un’epigrafe in latino che ne celebra la vita virtuosa in qualità di tutore della vicina badia benedettina di S. Nicola al Torone (oggi purtroppo diruta). Nella grotta l’importanza maggiore spet ta al ciclo pittorico di Santiago de Compostela, ospitato in una ben conservata edicola votiva, incastonata in una rien tranza della grotta quale primitivo altare, oggi però poco visibile per l’invadente presenza di un altare, costruito nel ‘900 proprio nella parte antistante. Gli esperti ritengono tali affreschi anteriori a quelli esterni, facendoli risalire alla prima metà del ‘300: essi raffigurano principalmente scene della vita di S. Giacomo apostolo, in ciò inserendosi appieno nel clima del Medioevo, che a partire dal ‘200 faceva con fluire al santuario di Santiago de Compostela migliaia di pel legrini da tutta Europa. L’edicola reca, nella parete di fondo, l’immagine del Cristo, raffigurato frontalmente e in piedi, mentre nei due prospetti laterali troviamo due santi diaco ni, sormontati dalla scena dell’Annunciazione.