Luparella ovvero foto di bordello con Nanà

Il monologo, scritto nel 1997, si riferisce a un episodio drammatico accaduto in un bordello napoletano, probabilmente nel 1943.

«L’anno nun m’o ricordo chiù. E che fa?!

Pozzo dicere però ca ce steva a guerra: a guerra de’ Tedesche… de’ Polacche, de’ ’Mericane… a guerra d’o Papa, a guerra ’e Musulline!».

A parlare è Nanà, che lavora come inserviente in un bordello a Vico Lungo Gelso nei Quartieri Spagnoli di Napoli, al tempo dell’occupazione nazista. Nanà una mattina si trova da sola ad assistere Luparella, una povera prostituta malata, che sta per partorire. Nanà corre per le strade dei Quartieri invano alla ricerca di aiuto: «Me parette che era venuta bella e bbuona a chiù peggia carestia de’ vammane!»; così decide di assistere la sfortunata Luparella nonostante la sua inesperienza. Luparella muore dopo aver partorito e giace morta nel letto. Ma qui sta per subire l’ultimo e ignobile oltraggio: un soldato tedesco, frequentatore assiduo del bordello, nonostante le proteste di Nanà, viola il corpo di Luparella. Nanà sconvolta da tanto orrore e usando le stesse forbici con cui aveva tagliato il cordone ombelicale del bambino, accoltella con tutta la sua forza ripetutamente il giovane nazista e, dopo averlo visto morire, ne getta il corpo nelle fogne.

La protagonista Nanà rappresenta quindi il simbolo della città di Napoli che si ribellò all’occupazione nazifascista: «A guerra ’e tutti quanti: di tutti contro tutti… pure a guerra mia, è loggeco! Pur’io cumbattevo, comme no?!».

Alla stessa maniera, le prostitute del bordello diventano il simbolo di quella resistenza che segnò tutto il popolo napoletano durante l’estate del ’43.

Nel monologo la polifonia emotiva è ricreata attraverso la lingua: da una parte il dialetto napoletano usato per narrare le vicende drammatiche attraverso cantilene, urli, sussurri, preghiere, filastrocche e canzoni, dall’altra la lingua tedesca usata da Nanà nei confronti di Hans («pecché, pe nuie, e Tedesche, si chiammavano tutti accussì: Hans»), che interviene come un’arma a scandire il dolore.

Il testo procede tra storia e poesia per descrivere la vicenda di Luparella che con la morte ritrova una sua identità tanto che Nanà urla alle “signorine allegre” che si ritirano cantando verso il bordello: «Stronze! – alluccaie ‒ stronze! Vedite d’a fernì! E saglite mo’ mo’ ncoppa! Ma lassate miezzo purtuncino apierto… sulo miezo… po’ ve spiego!».

LINGUA Napoletano, tedesco e francese.

MUSICA Alcune canzoni (titoli citati nell’introduzione).

TESTI di Antonia Lezza

IMMAGINI Courtesy Archivio Moscato