Scannasurice

Un travestito, soprannominato Scannasurice, in una stamberga fatiscente e disordinata, racconta la sua giornata inusuale e le sue sensazioni all’indomani del terremoto del 1980. Il racconto del quotidiano si mescola a canzoni, filastrocche popolari e leggende napoletane.

La baracca versa in uno stato di abbandono e sporcizia anche a causa di alcuni studenti che lì hanno fatto bagordi durante la notte. Verso di loro si scaglia Scannasurice. Il luogo è frequentato abitualmente da topi, i surice evocati dal titolo, che, in seguito al rivolgimento della terra causato dal terremoto (il «tremola-tutto»), si aggirano per la città di Napoli con atteggiamento spavaldo. Scannasurice li chiama per nome, conosce i loro movimenti e la loro sorte che si lega a quella degli uomini, come nell’episodio di Rusina, la signorina Rusina (󠄏«Che bella donna!... e che voce ca teneva»). Scannasurice la evoca scimmiottando la voce inconfondibile di lei che canta un’aria della Bohème. La trovarono morta nel suo Caffè insieme a venti topi. Dopo la morte di Rusina la casa diventò un porto di mare, rifugio di uomini e donne di ogni razza. Scannasurice si esprime alternando toni enfatici a momenti di grande ironia, con un’ampia attenzione al valore che assume la casa per gli uomini come per i topi perché la casa non è solo pietra, la casa è intonaco e divinità «calce e mistero», dice Scannasurice. A questo punto del testo si inserisce una microstoria: l’avventura di Totore, Nannina e della loro bambina Titinella a Salita Concordia 37 sui Quartieri Spagnoli. Segue una lunga invettiva contro i topi e una “tirata” rivolta da Scannasurice a un immaginario ragazzo. Infine Scannasurice, dopo aver indossato una lunga bandiera a mo’ di tunica e tutti i gioielli che possiede, finge di portarsi una pistola alla tempia e riflette sulla morte e sui riti ad essa connessi, quando i corpi vengono gettati nell’ossario o deposti nelle catacombe.
Il monologo termina con un doppio finale, il primo scritto da Moscato nel 1982, il secondo da Annibale Ruccello nel 1984. Nel primo finale Scannasurice si muove per la stanza come se fosse ubriaco e pronuncia parole deliranti: immagina di trovarsi davanti al mare e poi di camminare per la città. Ha lavorato tutta la notte e conta le ore che la separano dal suo arrivo a casa. Nel secondo finale Scannasurice indossa un kimono giapponese e cosparge di benzina la stanza, costruendo una pira al centro della scena. Si rivolge direttamente alla notte, la chiama imbrogliona, zoppa, senza dignità. Invita tutti a chiudere gli occhi di notte, lasciando solo lei sveglia, con una lampada in mano, a prostituirsi su via Marina. Alla fine accende un fiammifero e lo getta sulla pira. 

LINGUA
Napoletano, italiano regionale, latino.

MUSICA
Filastrocca napoletana ’O palazzo Ammendola;
un’aria de La Bohème;
filastrocca napoletana Pizzi-pizzi tràngulo;
ninna nanna napoletana E nonna nonna, e nonna nonnarella.

NOTE
1.    Alcuni frammenti tratti da Scannasurice sono stati tradotti dal napoletano al portoghese parlato in Brasile cfr. di Anita Mosca, Scannasurice di Enzo Moscato: un esempio di plurilinguismo del teatro italiano, in Revista do Laboratório de Dramaturgia – LADI – UnB – Vol. 7, Ano 3 (2018). 

TESTI di Antonia Lezza

IMMAGINI Courtesy Archivio Moscato

Link alla risorsa: https://cultura.regione.campania.it/web/sistema-archivistico-campano/dettaglio-unita-documentaria?id=SICARC_UD_000052642