Lingua, Carne, Soffio

Sottotitolo: Pestis Linguae/Lingua Pestis Tragitto-Epidemia per Antonin Artaud. In Lingua, Carne, Soffio Moscato descrive l’impatto devastante della peste nei vari porti del Mediterraneo, attraverso una serie di brevi frammenti in cui enuncia gli effetti della malattia sul corpo, tra cui il cosiddetto «effetto neve» che colpisce la lingua, intesa non tanto dal punto di vista anatomico, ma come capacità di eloquio. Quando essa è toccata dalla peste decade, si riduce in poltiglia.

È la peste di cui parlava Antonin Artaud nel 1938, che disarticolava un sistema giunto all’esaurimento; quella crisi dalla quale si poteva uscire solo facendo nascere un nuovo ordine/teatro. La metafora della peste come “doppio” del teatro viene qui ripresa come infezione che riplasma il corpo e intacca principalmente la lingua, laddove il malato terminale di peste dimentica la lingua-madre e ne impara una nuova, incarnando quindi il senso più profondo del teatro. Si crea un nuovo sistema di fonemi e di morfemi, che sono generati non dall’impeto vitale ma dall’estinzione di questo, operato – appunto – dalla peste. La nuova lingua, che si presenta A-comunicante per natura e A-sistemica, «ridotta all’inorganico assoluto», non riesce a procedere, gira a vuoto.

Non ci sono parole, frasi, segni, ma sintagmi spezzati, in questa lingua morta e della morte. Per cui la peste della lingua sarebbe altro dalla lingua della peste. Il grande male (/mare), così lo definisce Moscato, distrusse anche i viceré e le malinconiche regine che tentarono di opporvisi. Giunse così il flagello e tutti si infettarono.

La scrittura è ricca di invenzioni metaforiche e visionarie; è un accumulo di versi, odi e inni a Napoli che mescolano tradizione e sperimentazione.

Il testo fa riferimento ad Artaud, modello ineludibile della scrittura di Moscato. I frammenti sono contrassegnati da sigle (come X20CPC o piuttosto Z10KC, etc.).

All’«inventio linguae» a cui il drammaturgo fa riferimento nell’Avvertenza, si sovrappone l’«infectio linguae», cioè la malattia, la peste, che qui, in Moscato, si estendono alla scrittura. La peste contagia tutti. Gli ultimi due frammenti, il primo intitolato Orifizi, imboccature, meati, insistono sul tema dell’infezione prodotta da un unguento che creò il flagello; si infettarono gli untori e tutti furono contagiati: Belzebù, il demonio e persino Dio. Il secondo in cui il riferimento ad Artaud è ancora più evidente (Fragment’Artaud’s) insiste su di un concetto artaudiano: come la peste, il teatro rivela un fondo di crudeltà latente.

LINGUA Napoletano, italiano, francese.

MUSICA Manca.

NOTE «Mal d’Amlè, da Shakespeare. Poi Recidiva, da Copì. Lingua Carne Soffio, da Artaud. E Aquarium Ardent, da Rimbaud […]. Tutti autori stranieri. Inizia così il mio rapporto con la “tradinvenzione” drammaturgica. Ci vogliono gli artisti che capiscono altri artisti. Il più giovane nei confronti del più grande deve avere umiltà». Così Moscato, in un’intervista pubblicata su Doppiozero (5 aprile 2018), colloca Lingua Carne Soffio all’interno di un percorso scrittorio personalissimo che guarda ai grandi maestri del passato, li attraversa e li restituisce col filtro della propria poetica.

TESTI di Antonia Lezza

IMMAGINI Courtesy Archivio Moscato

Link alla risorsa: https://cultura.regione.campania.it/web/sistema-archivistico-campano/dettaglio-unita-documentaria?id=SICARC_UD_000052644