Travestimento su vari livelli, primo fra tutti quello operato dal drammaturgo Moscato che qui assume le fattezze spirituali del poeta Leopardi; travestimento, in secondo luogo, della città di Napoli (la Napoli di Enzo Moscato che si identifica nella Napoli di Giacomo Leopardi), la quale più che uno sfondo bidimensionale del dramma lirico è un organo pulsante che assorbe e rigetta i versi struggenti e le invettive della voce narrante, tutti rivolti – in una sorta di meccanismo di attrazione-repulsione – alla città stessa («questo ventre di janàra»). È proprio attraverso i versi accorati rivolti a questa «brutta, sporca, lurida, chiavica città» che vengono introdotti gli elementi del dramma: il rapporto ambivalente (analogo al rapporto sentito per la città di Napoli) della voce narrante verso Rainer (Ranieri) ed il dramma dell’inclusione/esclusione. La voce narrante, in effetti, mostra un forte legame con Rainer ma più ampio è il legame con la città. Tutto è racchiuso, in questo dramma, nell’icona della città-medusa. C’è una forte dicotomia tra la strada percorsa giungendo in città e quella che percorrerà al momento di lasciarla. A portare «il Rospo forestiero brutto» a Napoli è Rainer, amico, infermiere ed aguzzino, descritto come uno scugnizzo o un gatto, di cui le carezze sono sempre ambigue. È lo stesso Rainer a trascrivere i pensieri della voce narrante; è Rainer a spingerlo e trascinarlo: «Quell’amico, Rainer, mi ha portato qui, / in questo stretto cunicolo di sole, al terzo piano, / arrampicandoci per un dedalo di vicoli e viuzze, tutte / in salita, […]». È Rainer a portarlo nel lupanare, all’incontro con l’eunuco del bordello. E sarà ancora Rainer, «il mio Giuda», nella visionaria profezia della voce narrante, a portarlo via da quella città che è stata come un capezzale, la città nella quale «iette ’o sanghe lo Scriba». Il motivo del travestimento, inoltre, non investe unicamente i contenuti dell’opera ma anche quelli della lingua teatrale. I versi sono a tratti aulici, con numerose figure retoriche, posti nel mezzo della viva lingua napoletana, con inserimenti di lemmi francesi o spagnoli. D’altronde il poeta, entrando in città, dichiara: «ho deposto sulla soglia la mia lingua»; ed è quella stessa città, infamata e bramata, che lo lascerà: «solo, comm’è ssempe stato - / da straniero, comm’è sempre stato».
LINGUA Napoletano, italiano, brevi inserti in francese e spagnolo.
MUSICA Manca
TESTI di Antonia Lezza
IMMAGINI Courtesy Archivio Moscato
Link alla risorsa: https://cultura.regione.campania.it/web/sistema-archivistico-campano/dettaglio-unita-documentaria?id=SICARC_UD_000052640